Ci sono due Islande. Quella che tutti conoscono è fatta di cascate, geyser e strade nere che si perdono nel niente: è bellissima, è vera, ed è quella per cui si parte. Ma esiste una seconda Islanda che non compare quasi mai nelle guide, ed è quella che gli islandesi fanno per sé stessi. Sono trecentottantamila persone su un’isola grande quanto mezza Italia, con un inverno che dura sei mesi. Il risultato è che si sono inventati un modo tutto loro di stare insieme.
E quel modo, se capiti nel giorno giusto, puoi vederlo.
L’isola che canta: Þjóðhátíð
Il primo weekend di agosto le Vestmannaeyjar — le Isole Westman, un pugno di rocce vulcaniche al largo della costa sud — si riempiono di undicimila persone. Su un’isola che di abitanti ne ha quattromila.
Þjóðhátíð si svolge dentro una conca verde chiamata Herjólfsdalur, che per tre giorni si trasforma in un accampamento di tende bianche disposte in cerchio, sempre le stesse, tramandate di famiglia in famiglia. C’è la musica, c’è un falò enorme, ci sono i fuochi d’artificio. Ma il momento che mette i brividi è un altro, e si chiama brekkusöngur: La sera dell’ultimo giorno tutti si siedono sul fianco della collina, si accendono i bengala, e undicimila persone cantano insieme le stesse canzoni. A memoria. Tutte.
Non è un evento per turisti. Non c’è nessuno che te lo spieghi, il programma è in islandese e i traghetti si prenotano mesi prima. Esperienza molto local.
Il festival del mare, che è una festa del lavoro
Sjómannadagurinn, la Giornata dei Marinai, cade la prima domenica di giugno e si celebra in ogni porto dell’isola. Nasce da una cosa semplice: per secoli il mare qui ha dato da mangiare a tutti e in cambio si è preso i figli di tutti. È l’unico giorno dell’anno in cui le barche restano ferme.
Quello che ci trovi non è una rievocazione in costume. È una gara di tiro alla fune tra equipaggi di pescherecci veri, con gente vera che si spacca la schiena per l’onore del proprio porto. Sono le dimostrazioni di salvataggio in mare fatte da chi quei salvataggi li fa davvero. È la gara di nuoto nel porto, con l’acqua a otto gradi e le facce di chi ci si tuffa che meritano il viaggio da sole. E poi c’è la parte che non ti aspetti: la messa per i dispersi, e i vecchi in prima fila.
Emozioni e divertimento in un’uniico evento!
E i vichinghi? Ce ne sono, ma a Hafnarfjörður
A metà giugno, a Hafnarfjörður — dieci minuti da Reykjavík, praticamente periferia — si accampa un villaggio vichingo con gente arrivata da mezza Scandinavia. Combattimenti, mercato dell’artigianato, gente che forgia coltelli e tesse lana davanti a te, corni di idromele che girano.
Ti dico subito la verità: è in parte una rievocazione, e la parte commerciale si vede. Ma i gruppi che partecipano sono seri, alcuni lo fanno da trent’anni, e i combattimenti sono fatti da persone che si allenano davvero. Se viaggi con dei bambini è probabilmente il posto più divertente dell’isola. Se viaggi da adulta e cerchi il brivido dell’autentico, sappi che stai guardando una ricostruzione — bella, ma una ricostruzione.
Þorrablót: quando gli islandesi mangiano quello che non ammetterebbero mai
Tra fine gennaio e febbraio, nel mese che il vecchio calendario chiamava Þorri, ogni paese organizza il proprio Þorrablót. È una cena. Ma è la cena che ha tenuto in piedi questa gente per mille anni.
In tavola arriva il cibo della sopravvivenza: squalo fermentato (hákarl), testa di pecora bruciacchiata e servita intera (svið), montone affumicato, e una cosa che si chiama hrútspungar di cui è meglio che ti informi da sola. Il tutto innaffiato di brennivín, un’acquavite al cumino che gli islandesi chiamano affettuosamente “morte nera”.
Nessuno di loro mangia queste cose il resto dell’anno. È un rito, non una dieta: è il modo che hanno di ricordarsi da dove vengono, ed è probabilmente la cosa meno turistica che esista su quest’isola. Se ti capita un invito, accetta. Poi però tieniti vicino il pane.
Il museo più bello dell’Islanda parla di aringhe
Ora, so come suona. Ma il Síldarminjasafn di Siglufjörður, il Museo dell’Era dell’Aringa, è uno dei musei più belli in cui sia entrata in vita mia, e lo dico senza ironia.
Siglufjörður è un paesino incastrato in un fiordo del nord, oggi silenzioso. Negli anni Quaranta e Cinquanta era la capitale mondiale dell’aringa: diecimila persone, navi ovunque, ragazze arrivate da tutto il paese a salare pesce sedici ore al giorno. Poi l’aringa è sparita — pescata fino all’ultimo esemplare — e la città si è svuotata in due stagioni.
Il museo occupa tre edifici originali sul porto ed è ricostruito con una cura che non ti aspetti: la baracca dove dormivano le salatrici, con i loro letti e le loro cose; la fabbrica con i macchinari veri. D’estate ci sono giornate in cui il personale rimette in scena la salatura sul molo, con i barili e i canti.
Non parla di pesce. Parla di cosa succede a un posto quando finisce la ragione per cui esisteva. Se stai già pensando a un giro completo dell’isola, Siglufjörður è la deviazione che ti consiglio di non tagliare.
Tre musei piccoli che valgono la deviazione
A Hólmavík, nei fiordi occidentali, c’è il Museo della Stregoneria. Racconta i processi per magia del Seicento islandese — che, dettaglio non da poco, mandarono al rogo quasi solo uomini — e conserva la ricostruzione dei nábrók, i “pantaloni da morto”, che ti risparmio di descrivere qui. Diciamo che uscirai con un’idea molto precisa di quanto potesse diventare cupa la fantasia in un fiordo, d’inverno, senza sole per tre mesi.
A Stöðvarfjörður, nell’est, c’è la casa di Petra Sveinsdóttir. Petra ha passato la vita a raccogliere pietre lungo i fiordi e a portarsele a casa. Il giardino e le stanze sono pieni di migliaia di minerali, disposti come li aveva messi lei. Non c’è didascalia, non c’è percorso, non c’è nulla di scientifico. C’è l’ossessione di una persona sola, lasciata esattamente com’era. È struggente.
A Húsavík, capitale delle balene, il museo omonimo tiene appesi al soffitto scheletri veri, montati uno accanto all’altro. Vederli dopo essere stata in mare a guardarle vive cambia il modo in cui le guardi. Se stai scegliendo quali escursioni infilare nell’itinerario, questa è una di quelle da mettere di fianco al whale watching, non al posto suo.
E sì: a Reykjavík c’è anche il museo fallologico, con centinaia di esemplari di ogni mammifero islandese. Se ne parla tantissimo. E se ci vai, ti farà parlare tantissimo.
Come si incastra tutto questo in un viaggio
Non ti dirò di costruire l’itinerario intorno a un festival: sarebbe un consiglio comodo da dare e difficile da vivere, perché in Islanda le distanze sono lunghe e le date sono rigide.
Il ragionamento che faccio io è al contrario. Prima decidiamo che viaggio vuoi fare, poi guardiamo il calendario e vediamo cosa ci cade dentro. A volte non cade niente e va benissimo lo stesso. A volte scopri che il tuo giro passa da Dalvík proprio il giorno in cui regalano zuppa di pesce a tutto il paese, bhè un pò di fortuna fa sempre piacere!
Se ti va di vedere anche questa seconda Islanda, io so quando succedono le cose e come incastrarle: puoi partire dalla capitale, che in un giorno si gira, o buttarti direttamente sull’isola dei vichinghi tra ghiaccio e fuoco. Il resto lo costruiamo insieme, come sempre.