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Aurora boreale: come si forma e quando vederla

Il freddo non c'entra niente. Il buio sì, e anche il Sole di otto minuti fa. Come nasce l'aurora boreale, cosa serve davvero per vederla e quando conviene partire.

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Una piccola baita dal tetto innevato si erge tra gli alberi sotto un cielo notturno illuminato dall'aurora boreale verde, uno spettacolo naturale che spinge molti a chiedersi "aurora boreale: quando vederla" e a meravigliarsi di "aurora boreale: come si forma" nella natura selvaggia invernale.

A dire la verità, quasi tutti associamo l’aurora boreale al freddo. Si pensa che abbia a che fare col ghiaccio, con inverni durissimi, mani congelate e freddo rigido che ti si attacca addosso. È l’idea che avevo anch’io, prima di vederla in chiarissime notti settembrine e capire che il freddo non c’entra assolutamente niente.

L’aurora non nasce quaggiù. Nasce sul Sole, a centocinquanta milioni di chilometri da noi, e la cosa più strana è che quando la guardi stai guardando qualcosa che è partito otto minuti fa e ha attraversato il sistema solare per venire a finire proprio sopra la tua testa, mentre tu hai le mani gelate e stai cercando di capire se quella macchia grigia sia una nuvola o l’inizio dello spettacolo.

Che cosa stai guardando davvero

Il Sole non se ne sta buono. Perde continuamente particelle cariche — elettroni e protoni — che si allontanano in tutte le direzioni a qualche centinaio di chilometri al secondo. Questo flusso costante è il vento solare.

Quando quel vento arriva dalle nostre parti, trova un ostacolo. Il campo magnetico terrestre, che ci avvolge come una bolla e che è la ragione per cui siamo ancora qui a discuterne. La bolla devia quasi tutto, ma non è chiusa: alle estremità, sopra i poli, le linee del campo si aprono e si tuffano verso il basso. Le particelle scivolano lungo quelle linee come su uno scivolo e finiscono nell’atmosfera.

E lì, tra i cento e i trecento chilometri d’altezza, sbattono contro gli atomi che trovano. Li caricano di energia. Gli atomi quell’energia non se la tengono: la restituiscono sotto forma di luce.

Questo è tutto. L’aurora è un urto.

Perché è verde? (e perché ogni tanto è rossa)

Il colore non è un capriccio, è chimica. E la chimica dipende dalla quota.

Il verde — quello che vedrai il 90% delle volte, quel verde acido che nelle foto sembra photoshoppato e dal vivo sembra photoshoppato lo stesso — è ossigeno colpito intorno ai cento-centocinquanta chilometri. Il rosso è ancora ossigeno, ma molto più in alto, oltre i duecento: è più raro, più tenue, e di solito compare quando l’attività è forte. Le sfumature violacee e blu sono azoto, e stanno sui bordi bassi delle bande, dove il verde sfuma verso terra.

C’è una cosa che nessuno ti dice, e che secondo me andrebbe detta subito per evitare delusioni: a occhio nudo l’aurora è quasi sempre più pallida di come la vedi su Instagram. L’occhio umano vede in tempo reale (come un video continuo). La fotocamera può lasciare l’obiettivo aperto per secondi o minuti. Accumula così molta più luce , trattenendo colori che per il nostro occhio non è possibile cogliere al buio. .E’ vero quindi che è tutta una questione di fotocamera, quando invece noi vediamo solo un velo biancastro che si muove? Non è vero, o meglio: dipende da quanto sono intensi i venti solari, maggiore è l’intensità dei venti solari, maggiore sarà anche l’intensità dei colori percepiti ad occhio nudo.

L’intensità a volte è così forte che passi interi munuti ad inseguire con lo sguardo le luci danzanti, prima verdi, poi azzurre, poi più pallide e poi più intense.

Le condizioni che servono davvero

Ne servono quattro, e solo una dipende da te.

Il buio. Non “un po’ di sera”, proprio buio. È qui che casca il mito del freddo: alle latitudini giuste, d’estate, l’aurora c’è eccome, ma sopra c’è il sole di mezzanotte e non la vedi, esattamente come non vedi le stelle a mezzogiorno. Non è che d’inverno l’aurora si accende. È che d’inverno si spengono le luci.

Il cielo sereno. L’aurora sta sopra le nuvole, sempre. Una coltre compatta te la nasconde e non c’è previsione geomagnetica che tenga. Questo è il vero motivo per cui il freddo sembra aiutare: l’aria fredda e secca porta cieli tersi. Correlazione, non causa.

L’attività solare. Si misura con l’indice Kp, da 0 a 9. Sotto Tromsø o Rovaniemi basta un 2 o un 3, che sono valori ordinari, di quelli che capitano quasi ogni notte limpida. Per vederla dall’Italia serve un 7 o un 8, cioè una tempesta geomagnetica seria, di quelle che fanno notizia.

La latitudine. Ed è la sola su cui puoi intervenire, comprando un biglietto aereo per andare oltre il 65° parallelo.

La questione della latitudine, in breve

L’aurora non è distribuita a caso sul planisfero. Si concentra in una fascia a forma di anello, centrata sul polo magnetico e larga qualche centinaio di chilometri, che gli scienziati chiamano ovale aurorale. Grossomodo sta tra i 65 e i 72 gradi di latitudine.

Dentro l’anello dell’emisfero boreale ci stanno la Norvegia del Nord, la Lapponia svedese e finlandese, l’Islanda, la Groenlandia, il Canada settentrionale, l’Alaska .Ciascuna meta ha un carattere diverso – climi, cultura, attività ed esperienze differenti- ma quella è un’altra storia, e l’ho già raccontata per intero in questa guida alla scelta della meta, dove metto Islanda, Norvegia e Lapponia una accanto all’altra e ti spiego per chi è fatta ognuna.

Quando partire

Da metà settembre a fine marzo. Fuori da quella finestra c’è troppa luce.

Dentro la finestra, però, non è tutto uguale. Gli equinozi — settembre e marzo — hanno statisticamente più attività geomagnetica degli altri mesi: è un effetto reale, legato a come si orienta il campo terrestre rispetto a quello solare, e sono anche i periodi in cui il freddo è ancora umano. Dicembre e gennaio hanno il buio più lungo, quindi più ore utili, ma anche il tempo peggiore e i prezzi da alta stagione.

L’orario migliore è la fascia intorno alla mezzanotte magnetica, più o meno tra le nove di sera e le due. Il che significa che è anche comodo aspettarle, o inseguirle verso cieli sempre più tersi. Ti vesti come una cipolla, esci, e aspetti (o insegui). A volte tre notti di fila senza niente e la quarta ti si apre il cielo. È per questo che consiglio sempre di stare almeno quattro notti: per aumentare le probabilità di avvistarla.

Lasciati sorprendere

Le prime volte ero ossessionata dalle previsioni. Ricaricavo l’app ogni dieci minuti, discutevo di indici Kp come se fossi una meteorologa, e passavo le serate a guardare lo schermo del telefono invece che il cielo. Inizialmente mi è capitato di avvistarla molto tenue, un velo bianco praticamente.

Poi, in un viaggio del tutto inaspettato a settembre alle Lofoten, una notte, in mezzo al niente, ho trovato un cielo danzante con colori talmente sgarcianti che non ci potevo credere. E’ stata così intensa che dopo mezz’ora no stop, mi sembrava di vederle da sempre! E la cosa che mi ha spiazzata è che non mi aspettavo di vederle e non avevo neanche controllato le previsioni.

Ho avuto altre occasioni di incontrarla e godermela. E ogni volta porta la stessa magia. E’ la meraviglia di farsi stupire, da spettatori, dalla natura.

Se vuoi vederla senza trasformare la vacanza in un calcolo di probabilità, qui trovi tutti i viaggi di avvistamento dell’aurora boreale, da Tromsø in giù, e se il Nord Europa ti chiama ma non sai da dove cominciare, cominciamo insieme. Che ne dici?